Etichettato: Trasparenza

Audizioni pubbliche: solo 2 sindaci mantengono le promesse fatte a #SaiChiVoti

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di Martina Basile

I neo sindaci di Novara e Savona passano a pieni voti l’esame della trasparenza. Bocciati invece i primi cittadini di altri 10 comuni, che non hanno mantenuto gli impegni presi aderendo a “Sai Chi Voti”, la campagna per la trasparenza elettorale di cui Diritto di Sapere è promotorice insieme a diverse organizzazioni tra le quali Riparte il Futuro, Action Aid, Transparency International e Carte in regola.

Oggi, infatti, scadono i 100 giorni a disposizione dei sindaci per cambiare il metodo di nomina dei vertici delle imprese municipalizzate introducendo il meccanismo delle audizioni pubbliche.

Dei 12 sindaci che hanno dichiarato la loro adesione a tutti e quattro i punti della campagna, solo 2 (Novara e Savona) hanno mantenuto l’impegno di introdurre una norma che preveda audizioni pubbliche nelle aziende municipalizzate.

Male i sindaci di Torino (Chiara Appendino), Bologna (Virginio Merola) e Roma (Virginia Raggi) che nonostante il loro impegno pre-elettorale, una volta insediatisi hanno proceduto a nomine di stampo tradizionale.

Molto male il sindaco di Gallarate (Andrea Cassani) che, interrogato sull’andamento dei lavori, ha risposto che “le audizioni pubbliche non sono la nostra priorità” mentre il sindaco di Varese Galimberti ha preferito il silenzio.

Le rimanenti realtà municipali (Latina, Varese, Gallarate, Brindisi, Vittoria, Trieste e Caserta) hanno dichiarato di stare ancora lavorando a dei regolamenti sulle nomine (violando quindi il termine dei 100 giorni previsti da Sai Chi Voti) o, addirittura, ne hanno varati di alcuni che non comprendono il punto fondamentale delle audizioni pubbliche.

Lo scenario che ne consegue, quindi, sembra far intuire che in Italia la trasparenza è ancora solo uno strumento di propaganda elettorale e non un punto concreto delle agende politiche dei sindaci. Come ha detto Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia, “L’esito della campagna #saichivoti, con solo 2 sindaci su 12 in grado di mantenere l’impegno preso in campagna elettorale, ci ricorda una cosa importante: la trasparenza non va difesa solo dagli attacchi di corrotti e corruttori, ma anche, e soprattutto, da chi ne fa un vessillo propagandistico per accaparrare voti in più”.

Scontrini online, la procura chiede tre anni per Marino

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di Martina Basile

Fare trasparenza non conviene.

La procura ha infatti richiesto la condanna a tre anni, un mese e dieci giorni per l’ex sindaco e l’ha sottoposta al gup Pierluigi Balestrieri che si dovrà esprimere in merito in data ancora da decidersi.

La vicenda gira intorno alle cinquantasei cene consumate tra il 2013 e il 2015 che Marino avrebbe pagato con la carta di credito e a dei certificati che riportavano compensi a dei collaboratori inesistenti che avrebbero fatto entrare nelle casse della Onlus seimila euro illeciti.

La richiesta iniziale di condanna era di quattro anni e otto mesi per falso, peculato e truffa ma lo stesso Marino aveva sollecitato il rito abbreviato che prevede uno sconto di pena di un terzo.

Lo stesso Comune di Roma si è costituito parte civile nella causa e ha richiesto un risarcimento di seicentomila euro: 100mila per “danno funzionale” e 500mila per “danno d’immagine”.

Nonostante la sicurezza mostrata dall’avvocato della difesa, Enzo Musco, che dichiaraHo provato senza ombra di dubbio che il mio assistito non ha mai utilizzato risorse pubbliche per finalità private e ho chiarito il concetto  giuridico di “spesa di rappresentanza“; sembra che l’ex sindaco di Roma non abbia più molto margine di difesa. L’ultima parola, tuttavia, spetta al gub Balestrieri.

I rischi di questa vicenda sono due. Il primo è che gli altri politici, dei quali nessuno al di fuori del Ministro Carlo Calenda ha pubblicato le proprie spese (come raccontato in Silenzi di Stato) strumentalizzi la vicenda come alibi per la propria non trasparenza. Il secondo è che se i cittadini continueranno a non chiedere, nessuno sarà incoraggiato a pubblicare.

Open gov, l’Italia punta in alto

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di Martina Basile

Più società civile, avanti tutta sulla trasparenza e diritto di accesso, la partecipazione come tema chiave da declinare attraverso proposte quali il FOIA, il whistleblowing e molto altro. È questo il nocciolo del terzo piano d’azione per il governo aperto licenziato dal Governo italiano lo scorso giugno.

Nonostante la cronaca degli ultimi mesi lo abbia spesso messo da parte a favore delle lotte politiche nazionali e degli sviluppi sul referendum costituzionale, l’open government è oggi una tematica di vitale importanza per tutte le democrazie avanzate.

Il presidente uscente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel 2011 ha guidato i sei paesi fondatori nella creazione dell’OGP e, per sottolineare l’importanza del progetto, l’ho ha anche nominato durante il suo ultimo discorso alle Nazioni Unite come strumento per rimettere i cittadini nel ruolo di protagonisti.

A sottolineare l’importanza e l’influenza dell’Open Government Partnership, la decisione dei paesi membri di votare per l’uscita dal progetto della Turchia come sanzione per le dure repressioni attuate dal governo dopo il tentato colpo di stato.

Il prossimo appuntamento, l’OGP Global Summit 2016, previsto per dicembre a Parigi, sarà quindi il primo senza la Turchia e il primo da quando il Regno Unito non è più parte dell’Unione Europea. Parteciperà anche l’Italia che proprio in questi giorni ha messo a punto un importante traguardo.

[…] abbiamo voluto rilanciare con forza l’impegno dell’Italia all’interno dell’Open Government Partnership, per candidarci ad essere tra i Paesi leader sui temi della trasparenza, della cittadinanza digitale e della partecipazione.

Questa una delle frasi chiave della prefazione del Terzo Piano d’Azione (2016-2018) per l’Open Government in Italia.

Definitivamente pubblicato il 20 settembre, giorno tra l’altro del quinto anniversario della nascita dell’Open Government Partnership, il Terzo Piano d’azione va a costituire un altro metro della strada intrapresa dal nostro Paese verso una pubblica amministrazione più trasparente e vicina al cittadino. Come sostenuto dagli stessi fautori del piano, in questa edizione si è lavorato duramente per portare l’Italia e la sua pubblica amministrazione a un nuovo livello di responsabilità e competenza.

Elemento chiave della creazione del Terzo Piano d’Azione è stato probabilmente il coinvolgimento della società civile attraverso lo strumento dell’Open Government Forum e di alcuni tavoli di discussione su trasparenza, open data, partecipazione e altre tematiche rilevanti. È stata inoltre avviata, nel periodo tra il 16 luglio e il 31 agosto, una consultazione pubblica alla quale la società civile ha partecipato attivamente per lasciare i propri commenti sulla bozza del piano.

Cosa succede adesso?

Adesso è il turno delle pubbliche amministrazioni, capitanate dal Ministro della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione Marianna Madia, che dovranno intraprendere il percorso di attuazione dei punti previsti dal piano d’azione. Da non tralasciare, comunque, il ruolo di monitoraggio che anche in questa fase avrà, a detta dell’Open Government italiana, la società civile.

Dal nostro elenco su cosa è successo finora e cosa succederà in futuro, possiamo quindi spuntare la voce “Terzo Piano d’Azione per l’Open Government in Italia”. Ricordiamo, in ogni caso, i punti salienti del piano in materia di trasparenza:

  1. la stesura di linee guida per le esclusioni e limitazioni al diritto di accesso
  2. l’avvio, come detto prima, del programma di monitoraggio da parte della società civile
  3. l’elaborazione di standard per le pubblicazioni delle pubbliche amministrazioni.

L’ultimo punto è l’entrata in vigore degli obblighi previsti dal decreto per le Pubbliche Amministrazioni che avverrà il 23 dicembre. In quella data, si potrà forse mettere fine a una prima, lunga fase di lavori giuridici e tecnici e aprirne una più pratica che vedrà impegnati molteplici attori su più livelli.

Elezioni Usa, Clinton e Trump: quello che i candidati non dicono

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di Martina Basile

Dove si colloca la trasparenza nel mondo della politica made in Usa? È questo uno dei duelli per cui sono chiamati a sfidarsi Hillary Clinton e Donald Trump, i candidati dei due principali partiti americani. L’ultimo caso è stato quello del malore della Clinton al termine della cerimonia di commemorazione degli attentati dell’11 settembre a Ground Zero. L’opinione pubblica americana, in quell’occasione, ha reagito all’ennesimo problema di salute della candidata chiedendole maggior trasparenza sulle sue condizioni di salute.

Trasparenza garantita qualche giorno dopo, il 15 settembre, quando è stata diffusa una cartella clinica in cui i medici ribadiscono che “Hillary Clinton è in salute e può fare il presidente”. Per non perdere terreno, anche Donald Trump ha svelato una sintesi del proprio stato di salute: è sovrappeso e assume un farmaco per tenere sotto controllo il colesterolo e prevenire l’ipertensione. Erano obbligati a farlo? “In realtà, non esistono leggi federali a riguardo”, commenta Roberto Festa, giornalista per Radio Popolare e Il Fatto Quotidiano.

Quindi non esiste una legge federale che obblighi i candidati a pubblicare, ad esempio, la dichiarazione dei redditi o una certificazione di buona salute?

In campagna elettorale, rilasciare la propria dichiarazione dei redditi è solo una buona prassi. Durante le elezioni presidenziali del 2012, ad esempio, il repubblicano Mitt Romney non aveva inizialmente pubblicato la propria dichiarazione, ma fu costretto a farlo solo su pressione dei democratici e dell’opinione pubblica.
Per le elezioni di quest’anno, invece, Donald Trump, contrariamente a Hillary Clinton, non ha ancora fornito la sua dichiarazione: la sensazione generale è che non lo farà. Suo figlio, Eric Trump, ha anche dichiarato che farlo “sarebbe una mossa assurda”.

Come mai potrebbe scegliere di essere meno trasparente della sua avversaria?

Si dice che la sua riluttanza possa essere connessa ad alcune attività finanziarie legate alla Russia o a progetti immobiliari nel quartiere di Soho, a Manhattan, dove sembrerebbe che Trump abbia fatto affari per un complesso di appartamenti in società con alcuni magnati russi. Se le voci fossero fondate, si potrebbero anche capire certe sue posizioni rispetto al presidente russo Vladimir Putin.

I partiti, invece, hanno regolamenti che obbligano i candidati a rendere conto della loro situazione finanziaria o di salute?

No, questa regola non esiste nemmeno all’interno dei partiti. Per esempio: un deputato che si presenta per la Camera o per il Senato non ha l’obbligo di pubblicare la propria dichiarazione.

Quindi, come mai la poca trasparenza di Hillary Clinton sulle sue reali condizioni di salute ha suscitato una tale reazione?

È una questione politica: in questo caso non si tratta di trasparenza delle procedure ma di trasparenza politica. Il medico della Clinton aveva da poco rilasciato una dichiarazione di perfetta salute. Settimana scorsa, invece, la candidata democratica ha avuto un attacco di tosse, sintomo probabilmente della polmonite che ha alla fine ammesso di avere e che anche diversi membri del suo staff a Brooklyn hanno avuto.

Si può dire che anche la gestione della crisi che la candidata ha avuto l’11 settembre sia stata poco chiara.

Esatto. Il caso dell’11 settembre è stato gestito male. Hillary Clinton, infatti, dopo essersi allontanata perché si era sentita poco bene, è sparita dai radar per molto tempo, tanto che il gruppo di giornalisti che la segue non è stato informato sui suoi spostamenti per oltre 90 minuti. Le teorie complottiste nate dopo questo fatto sono quindi uno strumento politico che ha stretti legami con il modo che staff della Clinton ha scelto per gestire questo evento.

Quali caratteristiche deve avere un candidato alle elezioni americane per essere davvero trasparente?

Il suo corpo deve essere visibile ai giornalisti che lo seguono. Questa campagna elettorale, invece, è stata profondamente caratterizzata da una scarsa visibilità dei candidati. Sia Trump che la Clinton non si sono mostrarti spesso alla stampa. Il candidato repubblicano, ad esempio, ha fatto una lista dei giornalisti che non possono entrare agli eventi a cui partecipa.
Anche Hillary Clinton è stata a lungo nell’ombra. Ad esempio, è prassi che i giornalisti al seguito del candidato si imbarchino sui loro aerei durante le trasferte. Per mesi, invece, la stampa non ha potuto seguire l’ex Segretario di Stato.

Quanto spazio hanno dedicato Hillary Clinton e Donald Trump alla trasparenza nei loro programmi elettorali?

In realtà, il tema della trasparenza diventa parte dei programmi solo se si trasforma in discussione politica. Come è successo per il caso della Clinton Foundation, la fondazione della famiglia della candidata. Essendo privata, i bilanci della fondazione non sono pubblici; questo aspetto ha fatto nascere sospetti sull’origine di alcuni finanziamenti provenienti da paesi che violano sistematicamente i diritti umani (come Kuwait, Qatar e Oman).
Altri finanziatori stranieri, invece, hanno avuto canali privilegiati al Dipartimento di Stato quando la Clinton era Segretario. Nella campagna elettorale di Trump, invece, il tema della trasparenza compare solo quando si ripropongono le polemiche sulla sua dichiarazione dei redditi. Il punto è che Trump solleva così tante questioni da far distogliere l’attenzione da questa omissione.

CC Credits foto: Darron Birgenheier via flickr

Estate 2016: i tre momenti più imbarazzanti per la trasparenza

di Martina Basile

Siamo di nuovo a settembre e come tutti, anche Diritto di Sapere torna al lavoro.
Per riprendere al meglio, vi proponiamo le tre peggiori figuracce dell’estate in termini di trasparenza.

  • Il caso RAI: quanto guadagni?

Eravamo pronti a delle cifre piuttosto alte ma forse non ci aspettavamo di vederne pubblicate così poche. Lo scorso 25 luglio la RAI, seguendo i principi di trasparenza contenuti nella riforma del servizio pubblico, ha scelto di pubblicare online i dati sugli stipendi dei propri dirigenti. Sul sito Rai.it, quindi, ecco spuntare i nomi e le cifre messe in tasca dai responsabili che negli ultimi due anni hanno guadagnato più di 200mila euro lordi l’anno (così regolamenta lo stesso sito RAI alla pagina “Rai per la Trasparenza”).

Ecco quindi messi nero su bianco gli stipendi a sei cifre di viale Mazzini, dai 650mila euro annui incassati dal direttore generale Antonio Campo Dall’Orto ai 392mila del presidente RAI Pubblicità (Antonio Marano), fino ad arrivare alla medaglia di bronzo vinta da Gianfranco Cariola, direttore internal auditing responsabile per la prevenzione della corruzione, che in un anno guadagna 352mila euro. Intorno alla stessa cifra si aggirano anche i compensi dei direttori dei due principali canali, Rai 3 (Daria Bignardi) e Rai 2 (Ilaria Dallatana) che guadagnano entrambe 300mila euro. Stessi zeri anche per il compenso di Antonio Di Bella, giornalista e direttore di Rai News, che incassa attorno ai 308mila euro.

Dal giorno dell’annuncio dei compensi l’opinione pubblica si è fatta sentire con forza dando vita a un dibattito molto acceso. Sotto mira in particolare i limiti di questa “operazione trasparenza” che ha garantito accesso soltanto ai dati sugli stipendi dei dirigenti sopra i 200mila euro (94 persone su 13mila lavoratori, ovvero lo 0,7%). Il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Roberto Fico ha, inoltre, accusato il Governo di aver fatto passare lo sforamento del tetto di 240mila euro per i manager pubblici grazie a un cavillo.

  • La trasparenza che fa tremare i sindaci di Roma e Milano

Tanto proclamata ma non sempre rispettata: torna per il neo sindaco di Roma, Virginia Raggi, l’incubo della trasparenza. Come vi abbiamo già raccontato, il sindaco Raggi era stata duramente criticata in campagna elettorale per aver omesso nel curriculum vitae il suo praticantato di tre anni presso lo studio fondato e frequentato dall’avvocato Cesare Previti. Piccole scosse, allora. Poi sono arrivate le numerose dimissioni di fine agosto e ancora, nuova grana per il neo eletto primo cittadino romano, con il cosiddetto “caso Muraro”. L’episodio in questione è quello dell’assessore all’Ambiente del Comune di Roma Paola Muraro che da luglio sapeva di essere indagata per violazione della legge sui reati ambientali. Una notizia che l’assessore sembra avere subito comunicato al sindaco, ma che è stata tenuta segreta ai cittadini romani per sette settimane, anche quando diversi giornalisti hanno fatto domande dirette sulla vicenda.

Mentre la tanto declamata trasparenza (vedi anche la loro adesione a “Sai Chi Voti“) della campagna elettorale di Virginia Raggi sembra ormai lontana, coinvolti nel “caso Muraro” anche i vertici del movimento pentastellato, inchiodati da alcuni messaggi che mostrano come, già dal 4 agosto, Luigi di Maio fosse ben a conoscenza della situazione giudiziaria dell’assessore all’Ambiente. Dubbi che si infittiscono, visto che è la stessa ex capo di gabinetto della sindaca Paola Raineri a dire, durante un’intervista a Repubblica.it, che l’assessore Muraro era andata da lei per chiederle un parere legale.

Intanto, a Milano, il sindaco Beppe Sala si trova al centro di un quesito quasi amletiano: “Omissione o falsità”, questo è il dilemma. La questione, nata da un articolo del Fatto Quotidiano e portata avanti per vie ufficiali da un esposto di Riccardo De Corato (storico vicesindaco di Milano dell’era pre-pisapia), è legata al fatto che Sala non ha dichiarato la costruzione di una villa su un suo terreno a Zoagli, in provincia di Genova, oltre ad avere omesso di possedere una casa in Svizzera. Omissione o falso? Deve essere stata la questione posta dagli inquirenti.

Già da fine luglio, tuttavia, la Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del caso ritenendo le mancate dichiarazioni delle pure “omissioni da sanzione amministrativa“. Stando a questa decisione, dichiarare un terreno e dichiarare una “casa costruita su un terreno di proprietà” sono quindi la stessa cosa. Non si smette mai di imparare.

  • La terra trema, la trasparenza anche.

Ma la vera immagine di questa estate, resta il terremoto che ha colpito il centro Italia. Un caso tra gli altri, il crollo della scuola di Amatrice. Sarebbe stato importante avere accesso ai documenti con cui il Comune ha autorizzato la ditta edile che vinse l’appalto a eseguire i lavori di migliorie sismiche sulla scuola. Documenti che però non sembrano fare luce sulla situazione nemmeno alla Guardia di Finanza e anzi mettono dubbi sulla tipologia di interventi che la ditta avrebbe dovuto compiere: adeguamento o migliorie? A detta dell’imprenditore Gianfranco Truffarelli (a capo della ditta che si occupò dei lavori sulla scuola) la differenza è enorme, come spiega in un’intervista a Repubblica.it. Truffarelli sottolinea, inoltre, come gli stessi documenti fossero in teoria a disposizione della consultazione di tutti presso il Genio civile e di come il sindaco di Amatrice fosse a conoscenza dei dettagli dei lavori. Purtroppo la documentazione è ancora sepolta sotto le macerie e per avere risposte si dovrà aspettare a lungo.

In tema di ricostruzione, però, speriamo sia di buon auspicio la dichiarazione di Vasco Errani, Commissario straordinario del Governo per la ricostruzione nei territori colpiti dal terremoto: “Primo impegno la trasparenza”. La speranza, quindi, è che Amatrice e gli altri comuni colpiti dal terremoto non vadano incontro alla poca trasparenza che si annusò a L’Aquila dopo il terremoto del 2009 (soprattutto sull’origine e l’utilizzo dei fondi di ricostruzione).

Nel frattempo un gruppo di giornalisti, hacker, comunicatori ed esperti di open data provenienti da tutti Italia ha lanciato un’iniziativa di attivismo civico chiamata Terremoto Centro Italia. Unendo professionalità e competenze diverse, questo gruppo di volontari si è organizzato fin dalle prime ore successive al sisma per aiutare per condividere informazioni utili e verificate. Partito inizialmente come gruppo Facebook e poi come sito si propone quindi di aiutare i cittadini a ottenere la massima trasparenza su ciò che sta avvenendo nei Comuni colpiti dal sisma.

BONUS TRACK: FOIA, dov’eravamo

Intanto, in Italia si continua lentamente la marcia verso la piena applicazione del Freedom Of Information Act. Ecco un breve riassunto di cosa si è fatto e di cosa succederà:

  • Dopo essere stato adottato il 23 maggio scorso (e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 giugno), il Freedom Of Information Act è finalmente entrato in vigore il 23 giugno. Gli obblighi previsti dal decreto per le Pubbliche Amministrazione, tuttavia, saranno attivi solo dal 23 dicembre, data entro la quale l’Autorità nazionale anticorruzione dovrà pubblicare le linee guida.
  • Si è conclusa il 31 agosto la consultazione pubblica sul Terzo piano d’Azione italiano per Open Government PartnershipPer quanto riguarda la trasparenza:
    • l’azione 3 sul FOIA prevede la stesura partecipata delle linee guida per l’esclusioni e le limitazioni all’accesso civico; l’avvio del monitoraggio partecipato con la società civile.
    • l’azione 4 sull’amministrazione trasparente, invece, prevede l’elaborazione di standard per la pubblicazione dalle pubbliche amministrazioni.
    • ad agosto, il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza in cui conferma la decisione di novembre 2015 del TAR di negare la richiesta del giornalista Guido Romeo di accedere ai contratti sui derivati presso il ministero del Tesoro. Tuttavia, nella stessa sentenza, il Consiglio rimuove l’obbligo per il giornalista di pagare le spese legali imposte dal Tar.

Giornata Mondiale dell’Accesso alle Informazioni: FIRMA per il FOIA italiano!

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FIRMA LA PETIZIONE DI FOIA4ITALY

Mentre oggi in tutto il mondo si festeggia la Giornata Mondiale del Diritto di Accesso alle Informazioni (International Right to Know Day) l’Italia rimane una delle poche democrazie occidentali a non riconoscere ancora questo diritto fondamentale.

L’obiettivo nostro, e delle altre 31 organizzazioni parte di FOIA4Italy è quello di far approvare in Italia un Freedom Of Information Act, una legge che permetta ai cittadini un ampio accesso alle informazioni, ai dati e ai documenti delle Pubbliche Amministrazioni.

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Foia4Italy, oggi il testo arriva ai parlamentari

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Chi ha detto che il Freedom of Information Act è una cosa tutta americana? «Dove un superiore, pubblico interesse non imponga un momentaneo segreto, la casa dell’amministrazione dovrebbe essere di vetro» scriveva Filippo Turati negli atti del Parlamento italiano nel 1908 (58 anni prima che Lyndon B. Johnson varasse il Foia americano!).

Impossibile non pensare a Turati, politico e giornalista oggi, in strada per Roma, dove alle 11.00 nella sala Aldo Moro del Palazzo dei Gruppi, insieme alla trentina di organizzazioni della società civile che hanno aderito al progetto #Foia4Italy presenteremo il testo  della nostra proposta di legge aggiornato dopo le consultazioni online.

Questo di Foia4Italy è un testo a cui teniamo molto perché frutto dell’impegno civico di tanti che hanno scritto e portato suggerimenti mostrando di voler prendere in parola il premier Matteo Renzi che, nel suo discorso al Senato lo scorso 24 febbraio, aveva detto chiaramente di voler dare all’Italia ben più di un Foia (qui sotto il video).

Noi per ora ci accontenteremmo di avere un Foia che ci porti al livello degli altri 100 paesi che già ne sono provvisti. E visto che, giustamente, le proposte vengono modificate durante il processo legislativo, abbiamo estratto i dieci punti senza i quali una nuova legge sulla trasparenza non può per noi definirsi un Freedom of Information Act.

Eccoli:

 1. Il diritto di accesso è previsto per chiunque, senza obbligo di motivazione (eliminando le restrizioni previste dalla Legge n. 241/1990)

2. Possono essere oggetto dell’accesso tutti i documenti, gli atti, le informazioni e i dati formati, detenuti o comunque in possesso di un soggetto pubblico

3. Si applica non solo alle Amministrazioni ma anche alle società partecipate e ai gestori di servizi pubblici

4. Le risposte delle Amministrazioni devono essere rapide (max 30 gg)

5. Le eccezioni all’accesso sono chiare e tassative

6. L’accesso a documenti informatici è gratuito (non sono dovuti nemmeno costi di riproduzione)

7. Nel caso di atti e documenti analogici, può essere richiesto solo il costo effettivo di riproduzione e di
eventuale spedizione

8. Quando un’informazione è stata oggetto di almeno tre distinte richieste di accesso, l’amministrazione
deve pubblicare l’informazione nella sezione “Amministrazione Trasparente”

9. In caso di accesso negato, i rimedi giudiziari e stragiudiziali sono veloci e non onerosi per il richiedente

10. Prevede sanzioni in caso di accesso illegittimamente negato

Chi li vuole discutere direttamente con gli estensori può farlo alla fine della conferenza stampa delle 14.30 presso l’Associazione Stampa Romana al 1° piano in Piazza della Torretta 36 a Roma. Chi non è nella capitale può semplicemente seguire l’HangOut che segnaleremo su @foia4italy.

E per i curiosi, al minuto 39.00 del video qui sotto, Matteo Renzi promette il Foia. Adesso che l’abbiamo scritto, non resta che adottarlo.

Corruzione in Italia: servono politiche efficaci, non retorica della trasparenza.

Indice di Corruzione Percepita: la mappa
Corruption Perception Index 2014: la mappa internazionale

Lo scorso 3 dicembre Transparency International ha pubblicato il suo annuale Corruption Perception Index (CPI), l’Indice di Corruzione Percepita.
Anche quest’anno l’Italia ha un pessimo piazzamento, di fatto invariato rispetto allo scorso anno: 69° posto, tra gli ultimi paesi europei, con soli 43 punti su 100.

Cosa significa?
Lo scrive chiaramente Ernesto Belisario su Wired Italia:

Lo stallo italiano ha un significato ben preciso: le politiche degli ultimi anni, anche normative, in materia di lotta alla corruzione (e trasparenza) non hanno funzionato!

Il quadro è sconfortante: le nostre amministrazioni non sono state capaci di utilizzare adeguatamente Internet come strumento di trasparenza, gli open data non hanno avuto l’impatto sperato e – ancora una volta – manca un Freedom of Information Act, una legge in grado di ribaltare la logica della trasparenza, per come è concepita in Italia.

Lo dice, ancora una volta, anche Belisario: “Non è più il cittadino a dover dimostrare il proprio interesse a conoscere un determinato dato o documento (“need to know”), ma è l’amministrazione – se intende negare l’accesso all’informazione o al documento – a dover provare l’esistenza di ragioni (previste per legge) che impediscano di soddisfare la richiesta del cittadino (“right to know”)“.

Il Freedom of Information Act è la pietra angolare della trasparenza e c’è sempre più bisogno di una buona legge a riguardo.

La campagna Foia4Italy – con la relativa proposta di legge – è la voce della società civile che chiede al governo politiche anti-corruzione con strategia e visione, fuori dalla “retorica della trasparenza” che abbiamo visto troppo spesso.

Dopo GlocalNews: 5 ragioni per le quali l’Italia ha bisogno di un Foia

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(Da sinistra: Rosy Battaglia, Guido Romeo, Philip Di Salvo e Marco Renzi)

Le ragioni per pretendere una nuova legge sull’accesso agli atti, un vero e proprio Freedom of information act all’altezza degli standard dei 100 paesi che oggi l’anno approvato sono molte, ma venerdì scorso, a GlocalNews (grazie ancora al direttore Marco Giovannelli per averci ospitato!) abbiamo cercato di evidenziare le più importanti e urgenti.  Anche semplicemente portando a esempio i casi di applicazione di questo tipo di legge grazie a contributi di Rosy Battaglia, Philip Di Salvo e Marco Renzi nel panel dedicato alla campagna #Foia4Italy.
Qui lo storify del panel attraverso i social network (grazie ancora a Chiara Forchetti per il live tweeting) e un bel pezzo in inglese di Gloria Schiavi.

1. Il Foia serve a tutti, non solo ai giornalisti. La sofferenza del territorio italiano sul fronte ambientale non è più solo un tema per ecologisti duri e puri, ma un problema di sicurezza e di salute pubblica. In molti lo hanno capito come dimostra il progetto Cittadini reattivi lanciato da Rosy Battaglia che sta mappando problemi di inquinamento idrico, ma anche la situazione dei siti contaminati dall’amianto dove spesso si confondono siti bonificati e da bonificare.

2. Il Foia serve al singolo. Un’inchiesta giornalistica mira ad interessare quanti più lettori possibile, ma un buon accesso all’informazione permette di ottenere e divulgare informazioni estremamente granulari e dettagliate che sono così più rilevanti per il singolo. È il caso della mortalità negli ospedali italiani rivelata dall’inchiesta #doveticuri di Wired, dove però i dati sono stati ottenuti e divulgati senza il permesso del Ministero della Salute. L’esistenza di un Foia permetterebbe di avere dati più facilmente e meglio organizzati.

3. La trasparenza farà l’Italia più ricca. Se è vero che la luce del sole è il miglior disinfettante come diceva Louis Brandeis e che la corruzione costa all’Italia qualosa come 60 miliardi l’anno, ha ragione da vendere Transparency Italia nello spiegare che il Foia è un passo indispensabile e universalmente riconosciuto a livello internazionale per progredire in questa direzione.

4. Ai tempi del whistleblowing l’eccesso di segretezza non paga. Su questo punto ha insistito giustamente Philip Di Salvo ricordando, oltre al recente Datagate, la genesi di Collateral murder, il filmato dirompente prodotto da Wikileaks su materiale dell’esercito Usa e che mostrava l’omicidio da parte di un elicottero Usa di alcuni giornalisti Reuters. L’agenzia aveva cercato di ottenere informazioni anni prima proprio appellandosi al Foia, ma senza fortuna. Alla fine negare l’accesso è stato peggio che far luce.

5. Il Foia non è straniero. A dispetto dell’acronimo anglosassone che si presta a diversi giochi di parole e fraintedimenti in Italia, il concetto di trasparenza e di diritto alla conoscenza da parte dei cittadini dell’operato delle pubbliche amministrazioni è italiano dai tempi del Rinascimento. Lo ha sottolineato Marco Renzi ricordando, da buon toscano, che già nel 1400 a Siena (250 anni prima della Svezia) gli edili dovevano rispondere alle domande dei cittadini, pena salatissime multe.

In attesa di avere un Foia anche in Italia rilancio con due cose da fare:

1. Commentare e integrare il testo proposto da #Foia4Italy

2. Fare una richiesta di accesso – tutte le istruzioni sul come fare sono nel nostro LegalLeaks – e raccontare com’è andata su siti, blog, social e testate. Magari segnalandolo anche a Diritto Di Sapere.

 

Transparency Italia: urgenza di regolamentare le lobby. E il FOIA è il primo passo.

La trasparenza dell’attività di lobbying è ai livelli minimi. Lo afferma un nuovo report di Transparency International Italia dal titolo Lobbying e Democrazia.

L’analisi dello stato dell’arte del settore valuta tre dimensioni fondamentali: trasparenza, integrità e pari opportunità di accesso ai processi decisionali.
Nel report si legge:

Come evidenzia Gianluca Sgueo, la mancanza di consapevolezza sociale sulla vera natura del
lobbying e sulle attività dei lobbisti è dovuta a vari fattori: i politici, il mondo accademico, l’intera società civile, e perfino gli stessi lobbisti, hanno più volte fallito nel tentativo di creare una regolamentazione e di sviluppare e indirizzare il dibattito pubblico sulla questione in modo da renderla neutrale agli occhi dei cittadini ed indebolire quei pregiudizi profondamente radicati che vanno a discapito dell’intera categoria.

Ed è proprio il vuoto normativo, unito alla percezione di una politica in mano a pochi grandi gruppi, che rende sempre più urgente.
Ancora Transparency Italia:

Dall’analisi condotta da TI-Italia emerge infatti uno scenario sconfortante che classifica il nostro paese tra i peggiori in Europa, con un punteggio di 20 su 100.
In particolare il livello di accesso dei cittadini alle informazioni sulle attività di lobbying (“trasparenza”) raggiunge uno scarso 11%; la valutazione degli standard e dei codici di comportamento dei lobbisti e dei decisori pubblici (“integrità”) arriva al 27%; infine l’equità di accesso e partecipazione al processo decisionale (“parità nelle condizioni di accesso”) ottiene solo 22 punti su 100.

Come scriveva lo stesso Sgueo nel suo libro “Lobbying e lobbismi”, dal 1948 a oggi ci sono stati più di 50 tentativi di regolamentare il tema, mai andati a buon fine.

Ieri, in un convegno di presentazione del rapporto, svoltosi presso la Camera dei Deputati.
Tra le raccomandazioni del report c’è anche l’introduzione di un Freedom of Information Act. Virginio Carnevali, presidente di Transparency Italia, ha ricordato l’importanza del FOIA come primo passo per la trasparenza delle lobby e la campagna Foia4Italy, per avere finalmente una legge in questo senso.
L’auspicio è stato condiviso anche dai deputati Luigi Di Maio (Vice Presidente della Camera, M5S) e Giuseppe Civati (PD), presenti al convegno.

Al momento un gruppo di lavoro alla Camera sta discutendo la creazione di un regolamento, che però fatica a vedere la luce. Ieri, però, è stato annunciato un primo passo: la restrizione dell’accesso agli uffici delle commissioni parlamentari per i lobbisti.