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Un FOIA per il Rwanda: cosa cambia e perché è importante per l’Italia

Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda (Foto di kigaliwire - CC BY-NC 2.0)
Rwanda police badge at RPF rally in Gicumbi, Rwanda
(Foto di kigaliwire – CC BY-NC 2.0)

Il Rwanda ha approvato la legge sull’accesso all’informazione, diventando l’undicesimo paese africano ad approvare un vero e proprio FOIA.

La nuova legge rwandese è considerata particolarmente avanzata dall’Ong Article 19, che si occupa di libertà di espressione in tutto il mondo. Henry Maina, direttore di Article 19, ha definito “esemplare” l’ambito di applicazione delineato dalla legge, aggiungendo che contiene misure che favoriscono la partecipazione e che pongono le basi per raggiungere e consolidare la trasparenza amministrativa.

Quello rwandese è un caso da guardare con attenzione anche dall’Italia. È un esempio da manuale di come paesi emergenti prestino sempre maggiore attenzione alla trasparenza, e alla sua codificazione in norme all’avanguardia, come strada per accreditarsi a livello internazionale come democrazie e, non ultimo, attirare investimenti. Il Rwanda è, infatti, 50esimo nel ranking sulla corruzione di Transparency International: più di 20 posizioni avanti all’Italia (72esima).

Come scrive Guido Scorza:

Le motivazioni di tale scelta di trasparenza sono spiegate in modo straordinariamente efficace all’articolo 6 della legge e risiedono nell’esigenza di: promuovere in seno agli organismi pubblici e privati ai quali la nuova legge si applica la cultura di informare il pubblico sulle loro attività, assicurare che i fondi pubblici siano soggetti ad una gestione ed ad un controllo efficaci, promuovere un dibattito pubblico consapevole ed informato, informare in modo regolare ed adeguato il pubblico circa ogni rischio per la salute e per l’ambiente e, infine, assicurare che tutte le autorità pubbliche con poteri regolamentari adempiano correttamente alle loro funzioni.

[…] Ma non basta.

La nuova legge sull’accesso all’informazione della piccola repubblica africana, stabilisce anche che nessuno può essere punito per aver pubblicato informazioni di interesse pubblico e che l’amministrazione che ha l’obbligo di fornire ometta di fornire entro il termine previsto dalla legge.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Il Rwanda non è certo un paese dove la libera espressione si possa dare per scontata, in uno scenario in cui le critiche al governo possono costare molto care.
Risalgono infatti solo allo scorso ottobre le notizie dell’appello all’African Commission on Human and Peoples’ Rights da parte di Agnes Uwimana e Saidat Mukakibibi, due giornalisti incarcerati con l’accusa di diffamazione del presidente Kagame (in primo grado condannati, rispettivamente, a 17 e 7 anni di carcere).

La domanda per Kigali è perciò su quali sono le speranze che questa legge sia davvero applicata?

Lo stesso Maina ha risposto ai critici, sostenendo che avere una legge di questo tipo possa invece aiutare significativamente ad avere le basi giuridiche per la lotta per la libertà di espressione (oltre alla legge sull’accesso, il Rwanda ha anche approvato delle leggi sulla regolamentazione dei media).

Un Freedom of Information Act è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Ma non può essere l’unico e c’è da sperare che il governo di Kigali voglia sinceramente proseguire su questa strada.

 

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