Categoria: Casi di studio

Roma e trasparenza, le promesse di Raggi e Giachetti

Raggi

di Elisa Murgese

Lunedì 20 Roma avrà un nuovo sindaco, ma che cosa farà per la trasparenza della nuova amministrazione della capitale? Qui a Diritto Di Sapere abbiamo cercato di capire che cosa hanno in mente Viginia Raggi, che ha sbancato al primo turno con il 35,4% e Roberto Giachetti (24,8%). Come nella scelta del prossimo futuro cittadino di Milano, anche nelle amministrative della capitale ha pesato non solo il tema della trasparenza ma anche il non detto dei candidati.

Il programma di Virginia Raggi sembra uno stringato foglio di appunti – 11 “passi” per Roma – se paragonato alle oltre novanta pagine proposte da Giachetti. Ma la lunghezza si sa, non è sempre indice di approfondimento. E infatti in entrambi i programmi elettorali è difficile trovare una strategia innovativa per la trasparenza nella capitale.

La to-do list di Virginia Raggi sulla trasparenza
Per Virginia Raggi la trasparenza è uno dei primi punti, il terzo per la precisione, dopo “mobilità” e “rifiuti”. “Conti alla luce del sole” che vogliono essere un controllo sull’operato degli amministratori e limitare “gli affidamenti diretti” per fermare la corruzione, “proseguendo sulla scia di una vigilanza collaborativa con l’Anac”. E il termine trasparenza ritorna nei bandi di gara, nella gestione dei fondi e nell’assegnazione dei patrocini. “Totale trasparenza negli appalti e piena disponibilità e accessibilità dei relativi dati per tutti i cittadini – si legge sul programma elettorale della grillina – Bilancio trasparente e comprensibile finalizzato a migliorare la conoscenza dei cittadini in merito alle spese sostenute dall’amministrazione”. Ottime premesse, quindi, supportate anche da un rapido accenno a una “piattaforma di approvvigionamento elettronico centralizzata” per ricostruire “la storia di un appalto, concessione o locazione”. Un programma, rispetto alla trasparenza, che è più un elenco di cose da fare privo di un modello organizzativo. Mancanza di processi di realizzazione che vadano oltre i proclami elettorali, condivisa anche con l’aspirante sindaco del Partito Democratico. E il passaggio da dibattito delle idee a frasi retoriche è rapido.

Raggi, l’omissione del praticantato allo studio Previti
“In linea di massima gli avvocati non inseriscono nel loro curriculum gli studi nei quali fanno pratica a meno che non siano gli studi nei quali continuano a prestare lavoro”. In poche parole, i praticantati non si inseriscono nel cv. È stata questa la giustificazione della candidata grilina quando è emerso che nel suo curriculum non erano stati segnalati i suoi anni di praticantato presso lo studio fondato e frequentato da Cesare Previti. Non un’esperienza passeggera, ma una pratica legale svolta dal 2003 al 2006. Un’informazione che sembra essere ancora più rilevante, visto che la Raggi si è premurata di escludere dalla sua scheda biografica pubblica un dato importante per giudicare la sua storia professionale. Anche perché, accanto a lei nello studio di Previti, Pieremilio Sammarco stava chiedendo 20 milioni di euro di danni a Marco Travaglio e Sabina Guzzanti a causa della trasmissione Raiot, atto di citazione firmato con Stefano Previti, il figlio del più noto Cesare. Tra i consulenti esterni dello studio anche Alessandro Sammarco, avvocato difensore di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Un’esperienza lavorativa, quindi, non da poco e certamente che nessun avvocato – a prescindere da giudizi di merito – riterrebbe poco importante. “La legalità e la trasparenza dovranno essere il nostro faro”, questa l’apertura del video di presentazione della Raggi, la stessa che ha scelto di omettere alcune voci nel presentarsi come prossimo sindaco di Roma.

Villa con piscina, i “due casaletti” di Giachetti
“Totale trasparenza su patrimonio e redditi dei dirigenti, in linea con quanto richiesto ai rappresentanti politici”, si legge sul lungo programma di Roberto Giachetti. Una formula che il candidati del Partito Democratico non sembra avere applicato per il suo patrimonio, definendo “due casaletti” quella che Il Fatto Quotidiano ha svelato essere una villa con piscina nella campagna di Subiaco. Proprietà minimizzata dall’aspirante sindaco, visto che – stando a quanto riportato dal quotidiano – i suoi fabbricati all’ombra di ulivi e nocciole nel cuore dei Monti Simbruini hanno un’estensione di oltre 650 metri quadrati, cui si devono aggiungere due ettari di terreno. Altro tentativo di trasparenza è stato fatto da Giachetti rendendo pubbliche le liste che sostengono la sua candidatura, anticipandoli anche alla Commissione antimafia. Peccato che nella pagina dedicata a queste liste (Liste Pulite – sindaco Giachetti) non ci sia altro che dei nomi con data di nascita, privi di qualunque altra informazione che possa fare conoscere i suoi sostenitori.

Candidato Pd e l’Open data officer
Omissioni a parte, il candidato del Pd sostiene di volere una trasformazione della capitale in forma trasparente. “Garantiremo la massima trasparenza e la piena informazione on line sulle attività delle aziende che erogano servizi alla città – si legge sul programma di Giachetti – e introdurremo, dove non presente, il bilancio sociale di ogni società”. Rispetto al programma della sfidante, in quello del candidato del Pd è introdotta una nota pratica, con il rilancio del progetto Open data del Comune, con l’introduzione della figura dell’Open data Officer per rendere “pubblici e facilmente monitorabili tutti i dati dell’Amministrazione e delle società partecipate (risorse assegnate e spese, ambiti tematici, soggetti attuatori e tempi di attuazione, pagamenti)”. Tanto che già dai primi 100 giorni di mandato, il candidato promette di avviare un programma di monitoraggio, scegliendo 50 procedimenti “per eliminare lentezze, duplicazioni, inerzie”.

L’appoggio alla campagna “Sai chi voti”
Certo è che i candidati romani, a confronto con quelli milanesi, hanno fatto un passo in più rispetto alla trasparenza. Non solo hanno accettato entrambi di aderire a “Sai chi voti” – campagna promossa anche da Diritto di Sapere che ha chiesto loro di pubblicare curriculum vitae, status giudiziario ed eventuali conflitti di interessi – ma hanno anche sottoscritto il quarto e decisivo punto dell’iniziativa. Sia Virginia Raggi che Roberto Giachetti, infatti, si sono impegnati a deliberare nei primi 100 giorni di amministrazione l’adozione del metodo delle audizioni pubbliche per le nomine dirigenziali in enti, consorzi o società partecipate del Comune. Essendo una scelta condivisa da entrambi i candidati, questa dovrebbe essere al momento una novità certa per il Comune della capitale. Resta solo da vedere come sarà applicata dal futuro sindaco e se sarà effettivamente applicata entro i primi tre mesi di governo.

Milano, chi è più trasparente tra Sala e Parisi?

Beppe Sala Stefano Parisi

di Elisa Murgese

A Milano la lotta per apparire il candidato più trasparente ha rischiato di mettere in ombra perfino i programmi elettorali. Perché non basta citare 29 volte il termine “trasparenza” nel proprio programma, come ha fatto il candidato di centrodestra Stefano Parisi, o dichiarare di volere un Freedom of Information Act all’americana, ma ritardare la pubblicazione dei bilanci da Mister Expo o omettere di possedere una casa in Svizzera. In una campagna elettorale intessuta di reciproche frecciatine in nome della trasparenza, inevitabile fermarsi a osservare non solo quanto riportato nei programmi elettorali, ma anche gli “scivoloni” dei due candidati milanesi. Perché più che una sfida, il ballottaggio del 19 giugno sarà un vero testa a testa, visto che è meno di un punto percentuale a separare Giuseppe Sala (centrosinistra – 41,7% dei voti) da Stefano Parisi (centrodestra – 40,8%).

Sala, l’unico a citare il Freedom of Information Act
Si può cercare nei programmi di tutti coloro che erano candidati sindaco a Milano, Roma e Napoli, per citare i Comuni più importanti, ma solo in quello di Giuseppe Sala si troverà il termine Freedom of Information Act. Anticipato dallo slogan: “Il Comune di Milano deve essere una casa di vetro”, Mr Expo dichiara di volere utilizzare il modello del Foia americano per garantire l’accessibilità “a chiunque” e “senza motivazione” a informazioni e documenti relativi alla pubblica amministrazione, esclusi i dati sensibili o sotto segreto. Oltre alle richieste, Beppe Sala si impegna a pubblicare on line i documenti più importanti (contratti, appalti, curriculum dei dirigenti). Anche se la trasparenza non è indicata tra gli strumenti con cui combattere la corruzione, l’ex numero uno dell’Esposizione Universale vorrebbe mettere sul sito comunale un’indicatore che permetta di gettare un occhio all’interno della macchina amministrativa, per sapere quanto denaro pubblico è stato speso, futuri investimenti, mobilità e assenza dei dipendenti.

E le omissioni di Mr Expo
Gli impegni sono chiari, ma di quale natura saranno le informazioni disponibili ai cittadini? Sul sito della sua campagna elettorale, per esempio, Beppe Sala ha sì pubblicato il suo curriculum, ma si tratta di poche note biografiche, dove non è facile rintracciare conflitti di interesse o partecipazioni in società. Non è chiaro neppure come Beppe Sala stia finanziando la sua campagna elettorale, mancata trasparenza che condivide appieno con Parisi. In quanto a omissioni, però, si deve dire che l’ex-commissario dell’Esposizione Universale ne ha collezionate di più del manager di centrodestra.

Polemica sul ritardo del bilancio di Expo, omissione di essere proprietario di una casa in Svizzera (che invece, come amministratore di un’azienda pubblica, aveva l’obbligo di dichiarare) e di una villetta ligure a Zoagli. “Dimenticanze” che hanno poi portato il candidato di centrosinistra a pubblicare nel dettaglio le sue dichiarazioni dei rettiti degli ultimi cinque anni, una mossa seguita anche da Stefano Parisi che però ha scelto – non è chiaro se per renderla più leggibile al grande pubblico o meno specifica per gli addetti ai lavori – di non pubblicare una versione originale ma di trascriverne il contenuto. Un link alla dichiarazione dei redditi completa è presente, ma solo relativa all’ultimo anno.

Parisi, il grande assente in “Sai chi voti?”
E mentre i due manager si battagliano a colpi di dichiarazioni dei redditi, sul programma elettorale del candidato di centrodestra Stefano Parisi restano in bella mostra le parole “semplificazione” e “trasparenza”. Certo, per leggerle si deve aspettare il nono punto di un programma che si apre con altri due termini chiave: “Sicurezza” e “legalità”. Un obiettivo chiaro: “Assicurare completa trasparenza, tracciabilità e tempi certi a tutte le procedure comunali”, “regolare pubblicazione di dati, bilanci (con spiegazione comprensibile) e informazioni rilevanti” oltre alla “trasparenza in merito alle attività professionali svolte, ai redditi, agli incarichi ricevuti, a eventuali conflitti d’interesse e alle fonti di finanziamento dell’attività politica”.

Anche rispetto alle spese di Palazzo Marino, Parisi ha promesso di trasformare i conti del Comune “da bilancio finanziario illeggibile a bilancio economico”. Ci si chiede quindi perché Parisi sia stato l’unico candidato sindaco di Milano (insieme ai minori Natale Azzaretto del Partito Comunista dei Lavoratori e Nicolò Mardegan di Noi per Milano) ad avere scelto di non rendere trasparente le sue mosse politiche partecipando a “Sai chi voti”, campagna promossa anche da Diritto di Sapere. In altre parole, il manager di centrodestra si è rifiutato di pubblicare curriculum vitae, status giudiziario e conflitti di interesse. Un’assenza che pesa, visto che dei candidati finiti in ballottaggio a Milano, Torino, Roma e Napoli, Parisi è l’unico ad avere scelto di non appoggiare l’iniziativa. Al contrario, Beppe Sala ha reso pubblici i suoi dati, seppur con un’eccezione: un secco “no” sul quarto punto, quello con cui si chiedeva al futuro primo cittadino di introdurre entro i primi 100 giorni di amministrazione il metodo delle audizioni pubbliche per le nomine dirigenziali in enti, consorzi e società partecipate. Su questo punto, almeno, i due manager milanesi sembrano essere perfettamente d’accordo.

[RESEARCH] Open data policies and practice: an international comparison

As part of our research efforts, here’s the first update on the most important research on FOI and open data all over the world, by our intern Alexandre Salha, a researcher who worked on access to information in his native Lebanon. We start with a paper by researcher Tim Davies, describing policies and practices of Open Data across 6 countries with Open Government Data Initiatives (OGD).

OpenDataBarometer
Italy in the Open Data Barometer (CC-BY-SA)

Davies’ analysis starts with two main points: first, that governments have different agendas on which they developed OGD initiatives; and second, an international cooperation between technical experts and government is required to implement open data polices.

Based on the Open Data Barometer (2013), results appear to define transparency and accountability as the most discussed topic related to open data.
However, this requires on one side information disclosure, in bulk; and on the other side government’s collaboration and citizens’ involvement. Plus, many governments are adopting open data policies, but do so with no impact on transparency and accountability, and especially with no results in terms of citizens’ participation in policy making.
This is why open data needs transparency, participation and collaboration.

As a matter of fact, Davies noted that the concept of open data is driven by different political agendas and is applied accordingly. Thus, he highlighted the shift from policies emphasized by democratic justifications towards more managerial and economic reasons.

Looking at the profiles on OGD initiatives, Denmark and India launched their initiatives based on improving government handling of information. At the moment, Denmark is focusing on innovation and government efficiency (OGP Action Plan 2012 – OGP Action Plan 2013/2014), while India is more focused on the private sector and commercial data re-use.
In the Philippines and Kenya, and even in early stages in the UK and USA, open data was a core component of democracy, participation and accountability. Nevertheless, it evolved and became a tool in the UK and USA in response to the consequences of the global economic crisis; a tool to empower citizens and support a growing technology sector in Kenya (OGP Action Plan, 2012); and a mean to improve public understanding of government in the Philippines (OGP Action Plan 2013-2015).

According to Davies,

“two organizations stand out as instrumental in the dissemination of the idea of adopting open data policies: The Open Government Partnership, and the World Bank”.

Those organizations provide new technologies to promote the dissemination of information among State departments and the public. They develop an international cooperation process in order to draft new policies based on good practices, and support the government in their process of implementing them.
However, he concludes that two main issues are yet to be dealt with:

  • The time at which certain policy elements first emerge across any of the policies studied;
  • The connections between certain policy elements and stated goals in different countries, and at different points in time.

 

More info (referenced in the paper)

 

Foia per l’Italia: un’analisi comparata di otto paesi

Fixing FOIA - TransparencyCamp2014
Fixing FOIA – TransparencyCamp2014 (foto di Tony Webster – CC BY-ND 2.0)

Alexandre Salha, che a Beirut ha coordinato il lavoro della sezione libanese di Transparency International sulla lotta alla corruzione collabora da alcune settimane con Diritto Di Sapere.

Alexandre, che in Libano ha anche organizzato una campagna per espandere l’accesso all’informazione ha redatto per noi una breve analisi comparativa delle leggi  per l’accesso all’informazione in otto diversi Paesi, tra cui l’Italia.

Il documento, pensato come strumento di approfondimento per tutti coloro che stanno lavorando allo sviluppo di un vero Freedom of information act italiano, contiene anche una sezione di raccomandazioni specifiche per il nostro paese.

Un Freedom of Information Act per l’Italia: il nostro panel a #IJF14

Il Festival del Giornalismo 2014 si è appena concluso, dopo cinque giorni di incontri internazionali.
Diritto Di Sapere ha avuto una forte presenza, con due panel e un workshop.

Il primo incontro si è svolto mercoledì 30 aprile e ha avuto come oggetto il nostro tema chiave, l’accesso agli atti: è tempo per un Freedom of Information Act anche in Italia?

Per chi non c’era, ecco il video dell’incontro:

I lavori sono stati aperti da Helen Darbishire, direttore di Access-Info Europe, nonché tra i fondatori di DDS, che ha insistito su quanto sia importante capire che le informazioni detenute alla Pubblica Amministrazione appartengono ai cittadini e quanto sia un loro diritto fondamentale potervi accedere e utilizzarle.

Alex Salha, attivista libanese che si occupa di trasparenza, ha poi presentato l’interessante caso della campagna che ha portato a una significativa diffusione del dibattito sull’accesso in Libano e a un pacchetto di leggi sulla trasparenza, di cui l’accesso alle informazioni fa parte.
Il pacchetto, alla vigilia dell’approvazione, è stato ritirato dal governo per “una ulteriore fase di studio”, ma l’attenzione di attivisti e opinione pubblica è elevata e degli sviluppi importanti arriveranno entro il 2014.

Il dibattito è poi proseguito con un focus sulla situazione italiana: proprio al Festival dell’anno scorso avevamo presentato Silenzio di Stato, il nostro rapporto sullo stato dell’accesso, che aveva evidenziato il bassissimo livello di applicazione della pur limitata legge sull’accesso, la 241/90, e l’altissima incidenza del silenzio amministrativo.

Qual è la situazione dell’accesso a un anno di distanza?

C’è una proposta di legge che interviene sul tema, a firma di Paolo Coppola (PD), anch’egli tra gli speaker.

Fabio Chiusi, che ha scritto e commentato i temi del panel per Wired, ne evidenzia i punti principali:

il diritto all’accesso non sia più dei soli soggetti interessati, come ora, ma di chiunque, ed esercitabile “anche telematicamente“; cada di conseguenza anche la clausola per cui quell’interesse dovrebbe essere “diretto, concreto e attuale“; allo stesso modo, verrebbe rimosso il vincolo che afferma “che non sono ammissibili istanze per un controllo generalizzato dell’operato della PA” (una previsione, secondo Coppola, inadatta all’era della digitalizzazione) e infine altrettanto accadrebbe per l’ulteriore vincolo di motivare la richiesta di accesso.

Lo abbiamo detto, sembra esserci una nuova sensibilità da parte del nuovo governo, ma non basta. Il metodo, infatti, non è ancora open e partecipativo, evidenzia Ernesto Belisario, direttore dell’Osservatorio sull’Open Government e tra gli autori del nostro manuale Legal Leaks (appena aggiornato alla sua terza edizione).

Questa ultima proposta di legge va nella giusta direzione, ma ancora non ci sono tempi definiti, né certezza sulla sua approvazione.

Quanto a Diritto Di Sapere, non ci limiteremo certo a un cauto ottimismo: abbiamo molte novità in cantiere e presto ve ne parleremo!

[video] Presentazione di “The Silent State” al Festival del Giornalismo

Il Festival del Giornalismo è un appuntamento molto speciale per noi: l’edizione 2012, infatti, ha visto nascere Diritto Di Sapere.

L’edizione 2013 non è stata da meno: lo scorso 25 aprile, infatti, abbiamo presentato The Silent State, il primo rapporto sull’accesso all’informazione in Italia. Ospiti speciali sono stati Victoria Anderica di Access-Info Europe, organizzazione partner di DDS, e Lorenzo Totaro di Bloomberg News (trovate la sua inchiesta tra i nostri casi di studio).

Se non eravate presenti a Perugia – ma anche se c’eravate – guardate il video del panel e fateci sapere cosa ne pensate.

Questo incontro non è stato l’unico appuntamento che ci ha visti coinvolti in prima persona al Festival, però. Ve ne parleremo presto…

Diritto Di Sapere al Festival del Giornalismo (Perugia, 24-28 aprile)

L’appuntamento con Diritto Di Sapere al Festival del Giornalismo è per giovedì 25 aprile (la data non è scelta a caso).

Perché Perugia? Il Festival è il più importante e completo appuntamento pubblico per il giornalismo in Italia.

In più, il lancio Diritto Di Sapere è avvenuto a Perugia proprio un anno fa (qui il video della sessione) e Arianna Ciccone e Chris Potter (i direttori del festival) sono tra i nostri soci fondatori.

Siamo quindi onorati di presentare a IJF#13 il nostro report sull’accesso in Italia. È il primo monitoraggio di questo tipo realizzato nel nostro Paese e i dati che che contiene sono una fotografia lucida e aggiornata della pratica dell’accesso in Italia.

Ma andiamo con ordine. Ecco gli incontri che ci vedranno direttamente coinvolti a Perugia:

Segnaliamo poi anche alcuni appuntamenti per chi è interessato al data journalism.

Ci vediamo a Perugia!

Rassegna: data storytelling, Web Index 2013 e Google Code Jam

La copertina di "Close up at a distance", di Laura Kagan
La copertina di “Close up at a distance”, di Laura Kurgan

La strada è in salita per le amministrazioni che vogliono migliorarsi. La rassegna di questa settimana mostra alcuni degli ostacoli che le pubbliche amministrazioni incontrano quando vogliono intraprendere processi innovativi.
Nuovi sono anche i modi in cui il giornalismo può raccontare storie e problemi. Ma siamo in grado di leggerle criticamente?

Guardano al futuro – e offrono belle opportunità – anche Web Index 2013 e Google Code Jam competition: non perdetele!

  • Gli ostacoli per la PA che vuole innovare. La New America Foundation pubblica i risultati di uno studio condotto sulle amministrazioni locali in California per individuare i punti chiave, positivi e negativi, per la pubblica amministrazione che vuole innovare processi e iniziative. Dall’importanza delle relazioni personali, alle pressioni politiche fino all’importanza degli ordini professionali e alla differenza tra contesto urbano e rurale, ecco una serie di elementi da tenere presenti nella progettazione dell’innovazione pubblica.
  • Data-journalism: quando le mappe diventano editoriali. Si dice spesso che i dati e le mappe possano raccontare storie. Ma queste storie sono tutt’altro che oggettive: così come la data visualization è un efficace strumento per i giornalisti, così diventa potenzialmente ingannevole per i lettori, a cui quei dati possono sembrare imparziali. Se ne parla in Close Up at a Distance, un saggio di Laura Kurgan, docente di architettura alla Columbia University.
  • InfoAmazonia e lo storytelling del futuro. Lo scorso anno InfoAmazonia ha lanciato un sito di mappe con l’obiettivo di tracciare le minacce ambientali nella regione, dalla deforestazione agli incendi. Con l’utilizzo di foto interattive e video-mashup, oggi l’organizzazione sperimenta in modo decisamente innovativo come vuole rivoluzionare il proprio storytelling. E lo spiega passo dopo passo.
  • Il Web Index 2013: chi vuole dare una mano? Quest’anno Global Integrity e la World Wide Web Foundation lavoreranno insieme per realizzare il Web Index 2013 e cercano collaboratori che possano condurre ricerca e analisi di dati. Il Web Index è un sistema di misurazione dell’utilizzo e dell’impatto del web nei paesi del mondo, provando a tracciare miglioramenti in termini di accesso e valore economico. Nel 2012 sono stati analizzati 61 Paesi, che cresceranno fino a 80 nel 2013.Qui tutte le informazioni.
  • Enigmi e algoritmi: al via il Google Code Jam 2013. Google ha aperto le registrazioni per il Code Jam 2013, la competizione di programmatori ora al suo decimo anno, con un primo premio di 15.000 dollari. Programmatori di ogni età (superiore ai 13 anni) ed esperienza sono invitati a competere tra loro per cercare di risolvere “enigmi di algoritmi”.
    La competizione inizierà il 12 aprile e avrà quattro fasi, l’ultima delle quali si terrà negli uffici di Google a Londra, il prossimo agosto. L’edizione dello scorso anno ha visto la vittoria del polacco Jakub Pachocki tra più di 35.000 partecipanti.

#Salviamogliopendata (e una rettifica per amor di trasparenza)

Agorà Digitale ha completato un lavoro importante con la sua Settimana della trasparenza

Il profondo rosso della trasparenza italiana
Il profondo rosso della trasparenza italiana

(il rapporto, da cui è tratta anche l’immagine a fianco, è qui) pubblicando un vastissimo monitoraggio sulle spese della Pubblica Amministrazione. Ne scrive attentamente Virginia Fiume su Nòva24-Il Sole24Ore citando Diritto Di Sapere per il nostro impegno nella promozione – insieme a molti altri riuniti nel movimento Foia.it – per una riforma della legge italiana sull’accesso all’informazione (la “terribile” 241/1990).

Dobbiamo ringraziare Virginia per l’attenzione ma anche fare una precisazione. Diritto Di Sapere non ha in alcun modo contribuito all’inchiesta di Bloomberg sui derivati della città di Cassino. Una breve descrizione dell’inchiesta è tra i nostri casi di studio e dobbiamo confessare che il lavoro dei due giornalisti di Bloomberg, Elisa Martinuzzi e Lorenzo Totaro, è stata un’importante fonte di ispirazione per lanciare DDS.

Non abbiamo in alcun modo contribuito a ciò che hanno fatto, ma speriamo di aiutare altri a imboccare con successo la stessa strada. Per migliorare il giornalismo e la democrazia italiana.

 

 

Qual è il vero costo dell’accesso all’informazione?

La capacità dei cittadini di accedere alle informazioni raccolte dal proprio governo non è solo uno dei diritti fondamentali dell’uomo riconosciuto dall’Osce e da altre istituzioni.

L’accesso all’informazione è oggi un prezioso e riconosciuto indicatore della democrazia di un Paese. Un tema che però viene spesso sollevato durante le discussioni su misure e leggi da applicare nella transizione verso modelli di governo più aperti e trasparenti (in particolare da chi tende a limitare il diritto di accesso) è il costo dell’accesso agli atti rispetto alla loro reale efficacia nel creare trasparenza.

È un argomento importante, ma spesso liquidato in modo superficiale, senza approfondire i fattori che intervengono nel processo e il peso che hanno in questo tipo di analisi.

In queste settimane se ne sta parlando in Australia, dove, a due anni esatti dalla modifica del proprio Freedom of Information Act, il governo australiano ha stabilito che nei prossimi mesi verrà condotto uno studi per stabilire l’efficacia della legge, creata a livello federale nel 1982 (i singoli stati l’hanno poi adottata in diversi momenti nei successivi dieci anni).

Il ministro Roxon ha dichiarato che «circa 41 milioni di dollari australiani (più o meno 33 milioni di euro) dei contribuenti sono stati spesi nel 2011-2012 per valutare e dare risposta alle richieste di accesso», spiegando che l’obiettivo è di capire anche come i costi possano essere ridotti, dato che c’è stato un incremento di 5 milioni rispetto all’anno precedente (quasi +18%). La cifra sembra enorme, ma fatti i conti per poco più di 22 milioni di australiani, viene un costo procapite di circa un euro e mezzo.

L’aumento, nota il giornalista Paul Farrell su New Matilda, c’è stato e riguarda principalmente questioni non legate a un interesse personale, bensì richieste presentate da giornalisti e politici riguardo documenti di pubblico interesse: insomma, l’aumento dei costi è dovuto proprio a richieste che servono a perseguire maggiormente interessi pubblici e trasparenza amministrativa.

L’analisi dei costi è un’opportunità o un rischio? L’opportunità di verificare i costi di una legge è senza dubbio benvenuta, ma proprio grazie agli attori istituzionali potrebbe trasformarsi in un’arma contro il FOIA stesso.

All’inizio del 2012, infatti, l’OAIC, l’ufficio del Commissario per l’Accesso all’Informazione in Australia, ha pubblicato uno studio in cui proponeva diverse misure, che avrebbero il sicuro effetto di scoraggiare le richieste: tra queste un ulteriore intervallo di 30 giorni dalla richiesta che servirebbe all’agenzia interessata per decidere se rilasciare le informazioni in modo proattivo o meno. In alternativa, ci sarebbero costi dai 50 ai 100 dollari da pagare.

Un esame sull’efficacia della legge è stato già effettuato nel Regno Unito nei mesi scorsi, anche qui con particolare focus sull’impatto economico.
La commissione incaricata ha stabilito che i costi non sono eccessivi, rispetto all’efficacia (e infatti non ne suggerisce l’incremento).

Restano, tuttavia, preoccupazioni sul tempo e l’impegno da parte della pubblica amministrazione: al momento, scrive Martin Rosenbaum, l’esperto della BBC sul tema, la maggior parte delle agenzie governative possono rifiutare richieste che comportano l’impiego di più di 18 ore per la ricerca e relativa risposta.

La commissione ha quindi proposto di tagliare la quota a 16 ore. Specificando, però, che nel computo non entrerebbe il tempo impiegato per decidere se le informazioni richieste rientrano nelle categorie di accesso, così come invece prospettato da alcuni oppositori del FOIA. Insomma, 16 ore di tempi tecnici e non di  tempi decisionali (difficilmente calcolabili).

Il costo economico viene spesso ricordato come uno dei principali ostacoli a una implementazione piena ed efficace delle leggi sull’accesso e spesso le istituzioni se ne avvalgono come una sorta di scudo rispetto alle richieste.

Non si parla però abbastanza del costo sociale dell’accesso – e soprattutto del costo del mancato accesso. Per quanto meno facilmente quantificabile, il costo sociale ha numerose potenziali ricadute negative sulla società e sul rapporto dei cittadini con le istituzioni: l’accesso agli atti amministrativi, infatti, può ricoprire un ruolo fondamentale nella lotta alla corruzione e, di conseguenza, di aumento di fiducia nelle istituzioni.

Lo illustra bene un recente rapporto di Transparency International Italia:

La possibilità di accesso a informazioni complete e gratuite è un requisito fondamentale sia per il buon funzionamento dei processi democratici che per un efficace contrasto dei fenomeni corruttivi. Se in Italia la quantità di informazioni disponibili al pubblico risulta sin troppo elevata, tuttavia la qualità è spesso scadente o non in linea con i migliori standard europei. […]

Le ONG e i media che si occupano del tema non sono in grado di recuperare, scoprire e diffondere al grande pubblico informazioni sui fattori chiave che riducono l’integrità del sistema del Paese e, se è vero che Internet può giocare un ruolo fondamentale nel colmare questo gap, almeno parzialmente, il digital divide che affligge l’Italia diventa un limite strutturale a questa sua funzione.

Insomma, quando si parla di bene pubblico – e l’informazione detenuta dalla P.A. certamente lo è – gli elementi in gioco non possono essere mai considerati alla stregua di semplici problemi aritmetici.